La neurologia fantastica

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C’era una volta un uomo che vedeva il mondo piatto. Era allegro, pieno di idee: vitale e creativo, insomma. Vedeva il mondo piatto nel senso letterale della parola: ai suoi occhi, il mondo era un quadro, privo di profondità. Essendo così insensibile, non riusciva a vedere come le cose vengono fuori, sono vicine o lontane, si protendono, si ritraggono. Così fu, la sua vita, fintanto che non andò al cinema per assistere alla proiezione di “Hugo Cabret”, film il 3D di Martin Scorzese. Qui entra in scena, nella nostra favola, il paradosso. E che paradosso: un paradosso provvidenziale! Quest’uomo, infatti, uscito da quella sala, si accorge con sorpresa del miracolo: riconosce quanto è lontano l’uccellino! Le macchine si avvicendano su vari piani, le grandi persone in primo piano risaltano sullo sfondo!

Se è una favola, è una favola vera: quest’uomo si chiama Bruce Bridgeman, ha 67 anni ed è (era) affetto da cecità della visione stereoscopica – quella componente della visione che ci permette di percepire la profondità di campo. Fin da bambini, sviluppiamo ed esercitiamo questa capacità grazie al movimento di convergenza dei nostri occhi, grazie al quale collezioniamo visioni d’insieme degli oggetti in prospettiva. Se il bambino non è capace di far convergere lo sguardo, la spianata prospettica che diamo per scontata, ma che in realtà è una ricostruzione cerebrale complessa, non si istalla nei nostri circuiti.

Questo caso eccezionale, paragonabile alla riconquista spontanea della vista dopo una vita di cecità, non è il solo: un caso celebre fu raccontato sul NY Times da niente meno che Oliver Sacks, il neurologo scrittore e pioniere della terapia farmacologica del Parkinson. Nella galleria di persone che Sacks ha cosciuto come casi ed ha trasformato in ritratti, figura il nominativo di Susan Barry, soprannominata scherzosamente dal neurologo “Stereo Sue”. La donna, neuroscienziata, era affetta da strabismo nell’infanzia e da sempre viveva in una condizione di cecità stereoscopica. La “condizione” non deve essere interpretata come “disabilità”: Sue è una brillante scienziata, guida l’auto da sempre e ha gestito una vita piena di persone e viaggi. Tuttavia, come lei stessa racconta, il mondo era piatto ai suoi occhi ed ogni cosa poteva essere percepita, nel tempo e nello spazio, soltanto con un occhio alla volta.

“Nel dicembre del 2004, ricevetti una lettera inaspettata da una donna di nome Sue Barry. Mi ricordava il nostro incontro nel 1996, ad una festa per il lancio di uno shuttle a Cape Canaveral (il marito, Dan, era un astronauta allora). Avevamo parlato di diversi modi di vivere il mondo come, per esempio, Dan e altri astronauti che avevano perso il senso di “su” e “giù” nelle condizioni a gravità zero dello spazio esterno, dovendo adattarsi. Sue mi aveva poi raccontato del suo mondo visivo: era nata strabico, e quindi visto il mondo con un occhio alla volta, i suoi occhi rapidamente e inconsciamente alternata. Avevo chiesto se questo era uno svantaggio per lei. No, ha detto, guida la macchia, gioca a softball, può fare qualsiasi cosa che chiunque altro può fare. Non è in grado di vedere la profondità in modo diretto, come le altre persone, ma può indovinarla grazie ad altri indizi.” Da Stereo Sue, di Oliver Sacks The New Yorker, Giugno 19, 2006

Sue, da adulta, ha partecipato a una terapia sperimentale di esposizione a stimoli con la caratteristica della profondità: banalmente, una corda, tesa tra il naso di Sue e la mano della dottoressa, su cui erano impilate delle perle.

Guarda la prima perla, guarda la seconda perla, guarda la terza perla: Sue non avrebbe guardato le tre perle insieme come fanno generalmente gli esseri umani stereo-vedenti. Questo fino a che qualcosa non è scattato e Sue semplicemente lo ha fatto: le ha guardate, le ha viste in prospettiva. Da allora, ha acquistato la visione 3D che ci fa apparire l’orizzonte tanto lontano dal porto che vediamo in primo piano mentre fotografiamo il tramonto.

Si registrano altri casi di cechi stereoscopici che hanno riacquistato la vista a seguito di un processo di esposizione: gli studiosi ritengono che sia possibile stimolare la “plasticità” dei neuroni – indurli a ramificarsi, creare una via. Nel caso di Bruce, è probabile che la percezione sia stata facilitata dalla presenza di “suggerimenti” (cioè illusioni di profondità belle e buone) che lui era capace di percepire e che hanno preparato il terreno alla sensibilità vera e propria.

Tuttavia, è ragionevole pensare che questa stimolazione agisca su un circuito preesistente, seppur inutilizzato fin dall’infanzia. Probabilmente, Bruce, Sue e gli altri hanno “visto stereoscopicamente” per almeno una volta nella loro vita e questo è stato sufficiente perché nel loro cervello si predisponesse quella struttura eccitabile destinata ad addormentarsi e a non essere percorsa per molti anni.

Il meccanismo attraverso il quale questa via si formi e rimanga inalterata ma inutilizzata per tutti quegli anni è ignoto. Quel cervello che ci appare fragile, a volte, sconvolto dalla demenza o dalle lesioni, si rivela per la precisione del suo dattiloscritto: se Bruce o Sue non ricordavano di aver mai visto la pallina che sta dietro a un’altra, il loro cervello serbava il ricordo perfettamente.

Susan Barry - Stereo Sue

Susan Barry – Stereo Sue

Per chi ne volesse sapere di più:

L’articolo su bbc.come su Bruce Bridgeman

L’articolo originale di Oliver Sacks sul Newyorker

Il sito relativo al libro scritto da S. Barry

Susan Barry racconta la sua visione ed il cambiamento ottenuto grazie alla riabilitazione

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Nata nel 1988 a Pisa, è vissuta da sempre Viareggio. Diplomata in lingue al liceo Classico/LInguistico G. Carducci di Viareggio, studia sei anni Medicina e Chirurgia a Pisa e si laurea a febbraio 2014. Scrive da sempre, racconti brevi, romanzi e poesie che però di rado lascia sfuggire dai propri cassetti. Attualmente vive in Trentino, dove svolge un dottorato di ricerca in Psicologia e Formazione presso l'Università di Trento. Apparentemente instancabile, il suo svago più amato è scoprire sempre nuove cose (o riscoprirne di dimenticate).

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