Mondo Reporter. Serbia pt II: Зашто? Dietro le quinte della guerra in Kosovo.

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A pochi giorni dai tragici attentati di Parigi, in questo clima di guerra imminente contro un nemico articolato e a molti tratti oscuro, rendo pubblica la mia testimonianza di circa un anno fa in Serbia, 15 anni dopo lo scoppio del conflitto in Kosovo.

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SERBIA, 15 ANNI DOPO: UN NON SEMPLICE BIVIO DI TRANSIZIONE.

Passati quindici lunghi anni dall’ultimo grande conflitto nei balcani in Kosovo, ho trovato una Serbia in stato di transizione con davanti a sé il bivio, dato dalla propria storia e dalla propria posizione geografica: Europa o Russia? Ufficialmente, la Serbia ha presentato domanda di adesione all’Unione europea il 22 dicembre 2009. Il Consiglio europeo il 25 ottobre 2010 ha trasmesso alla Commissione europea il relativo dossier invitandola a presentare un parere ufficiale. La Commissione, in data 12 ottobre 2011, ha raccomandato che alla Serbia fosse attribuito lo status ufficiale di Paese candidato all’adesione. Il Consiglio europeo ha concesso lo status ufficiale di Paese candidato alla Serbia nella riunione del 1º marzo 2012; il 28 giugno 2013 esso ha approvato l’inizio dei negoziati d’adesione entro il mese di gennaio 2014. La fase preparatoria (detta screening) dei negoziati d’adesione è iniziata il 25 settembre 2013, i negoziati per l’adesione vera e propria sono iniziati il 21 gennaio 2014.
Sul fronte Russia, facciamo chiarezza con le parole dell’attuale ministro delle finanze Dusan Vujovic, riportate un mese fa dal sito sputnik: “Le sanzioni in sé non incidono sui rapporti commerciali fra Mosca e Belgrado, “quello che le influenza è la difficoltà nell’effettuare pagamenti sotto il regime delle sanzioni”.La Serbia comunque mantiene “rapporti ugualmente buoni” sia con la Russia che con l’occidente. “È nel nostro interesse economico e nazionale mantenere positive relazioni economiche e commerciali con la Russia e spero che saremo in grado di conservare questa posizione”.
Come riportai nell’articolo dello scorso anno (LINK): allo stato attuale delle crisi provenienti da oriente e la battaglia economica tra UE e Russia, la Serbia ha il ruolo di far da ponte per tutte le aziende europee che devono continuare il mercato verso il grande colosso ex sovietico, per aggirare le sanzioni vigenti che stanno da tempo bloccando e mettendo in crisi molti mercati, sopratutto nel settore alimentare.

Conclusa questa parentesi sul presente del paese balcanico, facciamo un salto nel passato e torniamo al tragico periodo di fine anni 90, teatro del  sanguinoso conflitto alle porte di casa nostra.

 

CONFLITTO IN KOSOVO: IL QUADRO GEOPOLITICO DELL’EPOCA.

kosovo anni 90

Scossa dalle sanguinose guerre Jugoslave (1991 – 1995) con un tragico bilancio di circa 100-200mila morti, la fine degli anni 90 proseguì con venti di guerra in poppa per questa zona dei Balcani.
Spostiamo la nostra attenzione verso una regione, appartenete tutt’oggi al territorio serbo, il Kosovo

Il Kosovo, popolato in maggioranza da cittadini di etnia albanese (di religione musulmana), in quel clima di insofferenza e con il nascere e crescere dei vari nazionalismi aveva cominciato a sfumare, in alcune frange, dalle rivendicazione autonomiste a quelle indipendentiste. Dopo la concessione dello status di autonomia alla regione kosovara gli appartenenti a tale etnia dimostrarono (inizi degli anni ottanta) che con questa autonomia non si sarebbero accontentati. A quell’epoca l’unica repubblica dell’allora Jugoslavia ad aver concesso una forma di autonomia alle proprie minoranze era appunto la Serbia; di preciso si trattava della regione Vojvodina al nord e della regione Kosovo e Metohija al sud. Nonostante questo, lo slogan “Kosovo republika” cominciò a farsi sentire sempre di più nelle manifestazioni di piazza a Pristina e in altre parti del Kosovo. Gli Albanesi, infatti, chidevano che Kosovo diventasse la settima repubblica della Jugoslavia socialista e quindi che si distaccasse dalla Serbia. Così facendo il Kosovo avrebbe potuto fare come la Slovenia e la Croazia, cioè al momento opportuno dichiarare l’indipendenza senza dover fare i conti con Belgrado.

Il conflitto precipitò alla fine degli anni ottanta: nel marzo del 1989 l’autonomia della provincia risalente alla costituzione della Repubblica Jugoslava di Tito (che era una repubblica federativa con diritto di secessione unilaterale delle varie repubbliche ma non anche delle regioni autonome) venne revocata su pressione del governo serbo guidato da Slobodan Milošević visto il precipitare della situazione. Fu, tra l’altro, revocato lo status paritario goduto dalla lingua albanese-kosovara (fino ad allora lingua co-ufficiale nel Kosovo accanto al serbo-croato), chiuse le scuole autonome, rimpiazzati funzionari amministrativi e insegnanti con serbi o persone fedeli (o ritenute tali) alla Serbia.

Dal 1989 al 1995 la maggioranza della popolazione d’etnia albanese del Kosovo mise in atto una campagna di resistenza non violenta sotto la guida del partito LDK e del suo leader Ibrahim Rugova. Dopo la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina, tra i kosovari (in maggioranza musulmani) nacquero e si rafforzarono in breve tempo formazioni armate (sovente guidate da veterani di quella guerra) con dichiarati intenti indipendentisti.

FASI DELLA GUERRA.

La guerra del Kosovo si può dividere in due fasi distinte:

1. 1996 – 1999: furono i separatisti albanesi dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës o KLA, Kosovo Liberation Army, “Esercito di liberazione del Kosovo”), finanziati dai traffici di armi e stupefacenti ad iniziare le ostilità con attentati terroristici ed uccisioni ai danni di cittadini serbi e non albanesi, contro le loro proprietà e contro le entità statali. Successivamente ci fu una repressione sempre più dura da parte della polizia e, più tardi, da parte di forze paramilitari ispirate da estremisti serbi.

2. 1999: intervento NATO contro la Serbia. Per tutto il 1998, mentre la guerriglia sul terreno si espandeva e la repressione delle forze di sicurezza serbe si faceva via via più pesante e sanguinosa, la NATO adottò una politica di dissuasione e minaccia contro il governo della Repubblica federale jugoslava guidato da Slobodan Milošević.

Зашто? (PERCHE’?). L’OPERAZIONE ALLIED FORCE (24 Marzo 1999 – 10 Giugno 1999)

Per un maggiore approfondimento vi invito a guardare il seguente video documentario:LINK

Lo speciale a cura della giornalista americana di RT Anissa Naouai mostra le storie di una Serbia deturpata in quelle tragiche settimane di bombardamento.

Il fallimento dei negoziati di Rambouillet e l’inizio dell’operazione NATO.

La parte Serba fu di fatto costretta ad abbandonare il negoziato a seguito di due elementi-chiave introdotti, per impulso degli Stati Uniti, alla vigilia della firma dell’accordo. In primo luogo, il 22 febbraio, il Segretario di Stato USA, Madeleine Albright, si impegnò, verso la parte kosovara, a garantire, entro tre anni, il distacco del Kosovo dalla Federazione; in secondo luogo, fu introdotta un’appendice alla parte militare dell’Accordo che prevedeva, di fatto, l’occupazione militare dell’intera Federazione Serbia da parte della NATO. Tale misura, inaccettabile per qualsiasi stato sovrano, era tanto più irricevibile, in quanto la Costituzione Federale vietava, sin dai primi anni ’70, lo stazionamento di truppe straniere sul territorio Jugoslavo. Di grande importanza fu il commento, rilasciato al Daily Telegraph il 28 giugno 1999, da parte di Henry Kissinger, celebre ex segretario di Stato americano, che definì il testo«Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe NATO in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare. Era un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma»

Il 24 marzo 1999 l’Alleanza Atlantica prese atto del fallimento dei negoziati ed iniziò (senza un provvedimento in questo senso da parte dell’ONU, a causa del minacciato veto di Russia e Cina) alcune operazioni militari di dissuasione nella speranza di ottenere una replica di quanto già avvenne per i negoziati per il conflitto Bosniaco, dove anche lì la delegazione serba abbandonò improvvisamente la trattativa riprendendo immediatamente le operazioni militari. In quella occasione poche operazioni militari di dissuasione sulle linee serbe convinsero il governo Milosevic a ritornare al tavolo delle trattative e a firmare (e rispettare) la fine del conflitto. Tale circostanza non si ripeté nel caso del Kosovo, presumibilmente perché Milošević – che puntava in modo piuttosto trasparente ad una sua spartizione, tra Serbia e Albania – riteneva di potere contare su determinate alleanze, o semplicemente su di un mutato quadro internazionale che pensava avrebbe giocato a suo favore. La Cina aveva manifestato una netta contrarietà nei confronti della neonata repubblica di Macedonia (verso la quale l’esercito serbo cercò di spingere la popolazione del Kosovo in fuga) a causa del riconoscimento di Taiwan da parte di quest’ultima, circostanza che sembra essere stata la motivazione dominante della minaccia di veto cinese ad ogni intervento in sede ONU. La Russia aveva iniziato un recupero della conflittualità con gli USA in chiave nazionalista, e inoltre tra Russi e Serbi esiste storicamente un legame particolare su base etnico-religiosa. La NATO iniziò quindi una escalation di bombardamenti aerei su tutto il paese che sono durati oltre due mesi (operazione Allied Force). I jet della NATO partivano soprattutto da basi militari italiane, come quella di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia. In media, la Serbia subiva almeno 600 raid aerei al giorno.


MADORNALI ERRORI E STRAGI DI CIVILI INNOCENTI DURANTE I BOMBARDAMENTI NATO.

Nel corso del conflitto ci sono stati diversi gravi errori da parte dell’aviazione NATO:

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(Foto: Matteo Provvidenza)

– Un attacco aereo colpí un convoglio di civili in fuga facendo una strage.
– Tra le infrastrutture prese di mira anche alcuni ponti sui fiumi Sava e Danubio (durante il passaggio di mezzi pubblici come autobus e treni), un ospedale e centrali elettriche (bombardate con bombe alla grafite).
Bombardata e distrutta la torre della televisione di Stato, con 16 vittime e 16 feriti tra giornalisti, funzionari ed impiegati (nel video è possibile vedere tutte le testimonianze di quelle carneficine).

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(In entrambe le foto: Ministero della difesa Jugoslavo bombardato dalla NATO. Foto: Matteo Provvidenza)

Bombardato il Ministero della difesa Jugoslavo, in pieno centro con un bilancio di 3 morti, 38 feriti e l’esplosione che ha distrutto diverse abitazioni vicine.
Le bombe colpirono anche la sede del Partito socialista serbo di Milosevic, la quale si trovava al 17esimo piano di un grattacielo, punto esatto di colpo dei bombardamenti.
Bombardata ingiustificatamente l’ambasciata cinese a Belgrado, con un bilancio di 3 cittadini cinesi morti. La vicenda creò una notevole tensione con la nazione asiatica.
– Un treno passeggeri nella cittadina di Nis: 15 morti e 44 feriti.
Bombardato il villaggio di Murino in Montenegro: 6 morti civili (tra cui 3 bambini) e 8 feriti.

La guerra in cifre.
Le cifre di guerra della NATO, al termine dei 78 giorni di bombardamento, sono così riassumibili:
– 2300 missili su 990 obiettivi;
-14000 bombe sganciate;
– Bombardati 300 edifici pubblici (tra scuole, ospedali e fabbriche)
Uccisi 2000 civili (di cui 88 bambini) e 8000 feriti.


Utilizzo di armi con uranio impoverito.

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La NATO, oltre a uccidere tanti innocenti, in questo conflitto realizzato contro il diritto internazionale ha anche provveduto a riempire una bella fetta di Kosovo e Serbia con munizioni illegali con Uranio Impoverito. L’utilizzo di tali armi ha portato ad una diffusione massiccia di malattie letali correlate sia per molti locali, che per molti soldati che hanno partecipato al conflitto (negli anni successivi soltanto in Italia riscontrati circa 3.761 ammalati e 305 vittime).

FUGHE E ESODI DA ENTRAMBE LE PARTI. IL TRAMONTO DI MILOSEVIC.

L’esercito serbo, e truppe “irregolari” facenti capo a movimenti ultranazionalisti serbi non mancarono di compiere diverse esazioni sulla popolazione del Kosovo, per provocarne la fuga e creare quello stato di fatto necessario alla realizzazione dell’obiettivo della spartizione. L’esercito serbo sotto attacco NATO aumentò progressivamente la pressione sulla popolazione albanese, che iniziò a spostarsi verso la Macedonia e l’Albania. Il numero dei rifugiati raggiunse gli 800.000.  L’inevitabile capitolazione del governo serbo portò al dispiegamento della missione ONU KFOR, disposta dal Consiglio di sicurezza a seguito di un accordo “a posteriori” includente Russia e Cina, a guida NATO e con una significativa presenza di truppe russe, a garanzia della Serbia. I rifugiati albanesi ritornarono ma cominciò un nuovo esodo, quello serbo. Moltissimi cittadini di etnia non albanese (serbi, montenegrini e gitani, in prevalenza) fuggirono dal Kosovo temendo – e subendo – rappresaglie albanesi (per altro protrattesi sino ai giorni nostri, a dispetto della presenza della KFOR), e si creò uno stato di fatto che perdura tuttora, con i serbi superstiti trincerati in gran parte nella Methokia (la parte serba del Kosovo) e gli albanesi nel Kosovo propriamente detto, impegnati a rendere “etnicamente pura” la provincia: basti pensare che, dopo la guerra, centinaia di chiese ortodosse vecchie più di cinquecento anni sono state distrutte (in diversi casi rase al suolo) e che non uno dei 40mila residenti d’etnia serba di Pristina ha potuto farvi ritorno. Il totale di persone di etnia serba che è dovuto fuggire ammontava a circa 200mila unità.

Milošević fu arrestato il (1 aprile 2001) su mandato del tribunale internazionale dell’Aja, dopo molte titubanze del nuovo regime democratico, come imputato per crimini contro l’umanità. Il processo si è interrotto a poca distanza dalla sua conclusione, a causa della morte dell’imputato l’11 marzo 2006 per presunto arresto cardiaco.

DIETRO LE QUINTE DELL’ESERCITO DI LIBERAZIONE DEL KOSOVO: UÇK, ALLEATO DELLA NATO DURANTE I RAID IN TERRITORIO JUGOSLAVO.

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L’UCK è stato considerato sin dai primi attacchi da esso condotti negli anni novanta come un’organizzazione terroristica da parte delle organizzazioni internazionali di polizia e di numerosi Paesi del mondo, a cominciare dalla Serbia ed inclusi gli Stati Uniti. In un’intervista concessa nel 1999 al quotidiano britannico Sunday Times, il capo dei servizi segreti albanesi, Fatos Klosi, rivelò che l’UCK godeva di una rete di appoggio organizzata in Albania dal noto terrorista Osama Bin Laden. Forti sospetti circa legami tra l’UCK e al-Qāʿida e altre organizzazioni terroristiche islamiche sono riemersi anche in seguito e successivamente agli attentati dell’11 settembre 2001.

Tuttavia, nel 1998, in vista degli accordi di Rambouillet, che si tennero presso l’omonima località francese, per permettere la partecipazione alle trattative di esponenti politici del movimento, gli Stati Uniti, subito seguiti in tal senso dal Regno Unito, espulsero l’UCK dalla propria lista di organizzazioni terroristiche. I due Paesi iniziarono al contempo un’intensa campagna volta a costringere la Francia, ospite delle trattative, ad espungere a propria volta l’UCK dalla propria lista di organizzazioni terroristiche. Gli Stati Uniti allacciarono quindi relazioni a livello diplomatico con l’UCK.

Nel 1999 l’UCK fu ufficialmente dissolto ed i suoi membri, nonostante gli accordi internazionali prevedessero il suo completo disarmo, andarono a costituire il neonato gruppo armato denominato in inglese Kosovo Protection Corps (KPC).

Nel 2014 è stata annunciata l’acquisizione di prove largamente sufficienti a perseguire i vertici dell’organizzazione per gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, tra cui crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nel 2015 il parlamento kosovaro approva l’istituzione di un tribunale speciale per giudicare i crimini di guerra contestati agli ex membri dell’organizzazione.

Domanda: vi risultano alcune similitudini con gli eventi recenti?

IL KOSOVO DOPO L’INTERVENTO NATO.

clinton(Statua dedicata al Bill Clinton, sul Bill Clinton Boulevard, Pristina, Kosovo)

Nella capitale kosovara Pristina, a seguito del conflitto è stata inaugurata la strada “Bill Clinton Boulevard”, dove è stata issata una statua in bronzo per rappresentare l’allora presidente statunitense, con nelle proprie mani una stele con sopra scritto “24 Marzo 1999” data di inizio dei raid NATO in Serbia. Gli albanesi del posto, tutt’oggi, sono riconoscenti all’America per aver ottenuto l’indipendenza, nonostante loro stessi rifugiati siano stati vittime dei bombardamenti in più occasioni. Attualmente la capitale kosovara ha influenze a stelle e strisce ovunque: oltre a svariate attività commerciali delle multinazionali statunitensi, sono state aperte scuole americane, costruito un modello della Statua della Libertà e varie altre cose correlate all’economia neoliberista di stampo americano.

Come riportato  Il Fatto Quotidiano: la missione Unmik (United Nations Interim Administation Mission in Kosovo) ha posto l’accento su quello che si può definire nella storia come primo esempio di monarchia assoluta delle Nazioni Unite. Era il 1999 quando vennero emanate le Unmik Regulations che di fatto affidavano i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario ad un rappresentante delle Nazioni Unite riducendo l’autonomia amministrativa e politica dei kosovari a zero. Quando i nostri finanzieri iniziarono seriamente a indagare sulla corruzione, tutti i media kosovari tifavano apertamente per i nostri. Tant’è che l’Unmik fece di tutto per fermare le indagini della Guardia di Finanza italiana, perché rischiavano di aprire il Vaso di Pandora della spirale di corruzione fra internazionali e locali. Proprio la corruzione di molti politici, la criminalità organizzata e le protezioni di cui godono molti malviventi favoriscono la destabilizzazione del paese kosovaro. Molti di questi criminali si incontrano con i vertici mondiali, capi delle organizzazioni internazionali.  Dall’Europa orientale la mafia russa utilizzava e utilizza i Balcani compreso il Kosovo per effettuare i traffici internazionali di contrabbando, droga e prostituzione ma soprattutto armi tanto da trasformare lo stato kosovaro in uno stato criminale o stato-mafia. Lo stesso ex primo ministro serbo Kostunica definì il Kosovo uno stato fantoccio amministrato dalla Nato e funzionale agli interessi militari degli Stati Uniti. È tra Pristina (Kosovo), Tirana (Albania) e Podgorica (Montenegro) che avviene lo smistamento dell’eroina che poi attraversa il nostro Adriatico per raggiungere i mercati europei occidentali. Alcuni di questi movimenti sono stati intercettati dai nostri carabinieri dell’Msu (Multinational Specialized Unit).

 

Fonti da citare/credits:
RT documentario WHY: LINK
Liceo Berchet: LINK
Wikipedia
Osservatorio Balcani e Caucaso.

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Matteo Provvidenza è nato 25 anni fa a Viareggio. Nel Maggio 2012 ha fondato e redatto il blog di informazione indipendente 'Viareggio Free World' fino al Luglio 2013. Attualmente è redattore principale e fondatore di VFW Project, nato dalle ceneri del precedente, il quale si sta rivelando punto di riferimento per l'informazione indipendente locale.

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