Nature Global Index 2015, chi scrive scienza e come

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Scrivere è una questione di originalità, è vero, ma la bravura sta anche nel saper indirizzare il proprio “prodotto” verso il giusto mercato. Esiste un mercato enorme di pagine, cartelle e caratteri che viene chiamato “letteratura” soltanto dagli addetti ai lavori quando si ricapitola ciò che è stato scritto in passato. Si tratta della produzione scientifica: decine di migliaia di riviste, ognuna online oltre che in versione cartacea, dove si riportano i progressi della scienza, dalla medicina all’astrofisica, passando per la psicologia e la biologia marina, si consolidano evidenze e si confutano ipotesi che non resistono alla falsificazione sperimentale.

I criteri da soddisfare per essere pubblicati sono spesso severi, con sezioni e lunghezze che devono essere offerti all’editore come sacrifici ad un dio. Come se non bastasse che pubblicare, per uno scienziato, sia vitale per proseguire la propria carriera, ciò che gli si chiede come autore è di essere intelligente, innovatore, interessante, non autoreferenziale, dettagliato e sintetico, poliedrico e specializzato.

Pubblicare è un lavoraccio, insidioso, faticoso ma, per chi ha la possibilità di leggere, è un buon metro per valutare la vitalità di un’istituzione accademica, come un’università, di un paese o addirittura di un continente.

L’autorevole rivista Nature, una sorta di enciclopedico premio Pulitzer della scienza che si concorre settimanalmente, pubblica ogni anno un inserto, il Nature Index, su come stanno andando le pubblicazioni scientifiche nelle diverse aree geografiche.

Il rapporto è disponibile online, in lingua inglese, ed è stato pubblicato il 17 giugno. Nature non è una rivista open source, ma la molti atenei italiani sono abbonati – quindi se siete studenti universitari e avete delle credenziali per accedere al sito della biblioteca di ateneo, potete verificare se è disponibile per voi. Altrimenti, qui una autrice per caso ha letto qualcosa per voi.

Gli articoli riportano tre indici, il Conto degli Articoli, il Conto Frazionale (per valutare l’effettivo numero di pubblicazioni, in quanto molto spesso ogni articolo è attribuito a un considerevole elenco di autori) e il Conto Frazionale Pesato, per ovviare al maggior numero di articoli pubblicati in alcune sezioni come l’astronomia. Ogni indice si riferisce al livello geografico, nazionale e istituzionale. Possiamo consultare informazioni sulle “buone nuove” – sul cancro, sul moto di rotazione di Plutone, sugli studi sullo sviluppo infantile e quant’altro – provenienti dai paesi americani, asiatici, africani, australasiani (concedetemi la traduzione letterale) ed europei.

Perché interessarci di quante tonnellate di pagine elettroniche vengono pubblicate da questi sedentari di scienziati, con la loro bella abbronzatura blu da cristalli liquidi?

Dando un’occhiata a quello che riguarda la nostra area, l’Europa nord e occidentale, ci accorgiamo che il vegliardo continente si difende ancora, essendo secondo soltanto alla sua prima colonia – il Nord America. La Germania è il primo paese nel Nature Index dell’Europa nord-occidentale, e il terzo del mondo. Buoni numeri anche per il Regno Unito, primo per le scienze della vita, e la Francia, in testa per le scienze ambientali. La Germania è anche il paese con la più alta spesa pubblica per la ricerca, avendo mantenuto fino al 2015 un incremento annuo della spesa del 5% – e sottolineo “incremento annuo”. Il Regno Unito non è da meno, visto che ha reso pubblico nel 2014 il Research Excellence Framework, valutazione sull’eccellenza degli atenei su cui si è basata la distribuzione dei fondi per la ricerca.

Oltre a questi venti di eccellenza e competizione (spesso spietata), giunge anche la nota dolce della collaborazione: gli scienziati europei sono quelli che collaborano di più, con il 51% delle collaborazioni interazionali che hanno avuto luogo in quest’area. Effetto dell’Unione Europea e dei progetti da lei finanziati, spesso difficili da ottenere ma che “piacciono”, visto che rendono prestigio alle istituzioni partecipanti. E se il prestigio viene dalla collaborazione tra nazioni diverse… piace anche a noi cittadini, no?

Altro particolare interessante viene dalla classifica dei “migliori” centri di ricerca, in quanto alla qualità di ciò che giunge al pubblico dei lettori: i primi tre sono tutti pubblici – il National Centre for Scientific Research francese, la società Max Planck tedesca and l’Helmholtz Association della ricerca tedesca.

I paesi mediterranei non sono del tutto assenti dal rapporto, visto che la Spagna figura al quinto posto tra i paesi europei per il Conto Pesato Frazionale – l’indice più crudele. E l’Italia? L’Italia occupa un pixel imprecisato del quadratino grigio, denominato come “altri”, con i quali si spartisce una percentuale di produttività inferiore a quella della sola Germania.

Dopo aver letto notizie del genere, come cittadina mi sento di chiedermi: cosa voglio? Come dire, sento di averne un’idea non tanto vada e lontana dai tipici argomenti da campagna elettorale.

From the article: North and West Europe, Nature 522, S10–S12 (18 June 2015) doi:10.1038/522S10a

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Nata nel 1988 a Pisa, è vissuta da sempre Viareggio. Diplomata in lingue al liceo Classico/LInguistico G. Carducci di Viareggio, studia sei anni Medicina e Chirurgia a Pisa e si laurea a febbraio 2014. Scrive da sempre, racconti brevi, romanzi e poesie che però di rado lascia sfuggire dai propri cassetti. Attualmente vive in Trentino, dove svolge un dottorato di ricerca in Psicologia e Formazione presso l'Università di Trento. Apparentemente instancabile, il suo svago più amato è scoprire sempre nuove cose (o riscoprirne di dimenticate).

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