Se la “buona scuola” si vede dai neuroni

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Ultimamente, le terze pagine dei quotidiani e i blog in seconda colonna traboccano di tre parole (“La buona scuola”), progetto di riforma del governo della scuola pubblica italiana. Malgrado questa tocchi una serie di temi, come l’edilizia scolastica e la situazione dei precari, la polemica si concentra sulla riorganizzazione interna del corpo docenti e l’introduzione di una valutazione del merito degli insegnanti. Senza stare a discuterne i contenuti, ne evidenzio brevemente le conseguenze sociali ed individuali: gli insegnanti si dichiarano in generale scontenti delle premesse e ritengono la riforma non risolutiva dei problemi attuali, accumulatisi in anni di tagli ed impoverimento.

Questo argomento è politico e ai più apparirà strano vederlo comparire all’interno della rubrica della salute. Eppure, come gli insegnanti ripetono, dalle elementari all’università, “la salute non è assenza di malattia” – piuttosto si riferisce al benessere dell’individuo nella società e alla sua possibilità di realizzarsi pienamente.

Non ci piove che l’educazione sia un requisito fondamentale perché individui sani vivano in una società sana. E l’educazione, sia culturale che pratica, passa inevitabilmente dalla scuola.

Le scienze hanno studiato per lungo tempo le relazioni che si creano durante l’interazione tra lo studente e gli insegnanti. Recentemente, le neuroscienze, con i loro metodi, si sono avvicinate all’argomento.

Da qualche giorno, i commenti sui social networks e sulle testate online vagheggiano di un articolo uscito a febbraio sul Journal of Neuroscience, scritto da M. Apps, E. Lesage e N. Ramnani, accademici inglesi di neuroscienze, psicologia sperimentale e tecniche di imaging.

I commenti non scendono nei particolari, tuttavia mettono in evidenza l’elemento di novità di questo studio: l’investigazione del cervello dell’insegnante, anziché quello dello studente, durante il processo di apprendimento.

Tale studio, che si avvale della tecnica della risonanza magnetica funzionale (fMRI), la quale restituisce istantanee del cervello acceso e funzionante, ha come cornice teorica l’apprendimento per rinforzo, il cui metro e motore sono gli errori di predizione dello studente. Questo processo ha luogo nel contesto sociale in cui vi è presenza fisica dell’insegnante, che fornisce un feedback e rende possibile il progresso dello studente. Si ritiene che questo sia fondamentale per la trasmissione di informazioni complesse ed astratte tra esseri umani.

L’area cerebrale su cui è stato disegnato un punto interrogativo è la Corteccia Cingolata Anteriore: questa macro-area ha un ruolo nel comportamento sociale, in particolare nella comprensione degli stimoli ai fini di stabilire un’interazione e la predizione della conseguenze delle azioni altrui. Queste caratteristiche rendono quest’area teoricamente adatta a regolare il monitoraggio, la comprensione e la guida attuata dagli insegnanti durante l’apprendimento.

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La corteccia cingolata anteriore (ACC)

 

Nello studio, dei soggetti hanno recitato la parte dell’insegnante (a conoscenza delle risposte giuste un test) e dello studente. Agli insegnanti era permesso di controllare in tempo reale i risultati degli studenti ed offrire un feedback, positivo o negativo, mentre il loro cervello veniva scannerizzato.

Lo studio conferma le aspettative: nell’insegnante, l’attivazione dell’area dell’interesse sociale si attiva durante il monitoraggio dei risultati.

Le stesse aree, facenti parte della corteccia cingolata anteriore, che rendono possibile controllo della performance, contribuiscono all’attribuzione di uno stato mentale agli altri e alla partecipazione ad interazioni. Insegnare dunque è molto social.

Inoltre, questa attività cerebrale è collegata al comportamento di chi stiamo osservando –  lo studente in questo caso. Questa osservazione supporta, in modo empirico, l’insegnamento come processo “eterocentrico”, un servizio che tiene conto del carattere e degli errori dell’altro.

L’attività cerebrale dell’insegnante è modulata dal comportamento dello studente: forse non c’era bisogno del verdetto di una fMRI per realizzare che i migliori insegnanti sono coloro con spiccate doti di empatia, interazione reciproca e comunicazione.

Altri studi hanno dimostrato un’altra, sorprendente proprietà di questa area “dell’insegnamento”, il giro della corteccia cingolata anteriore: i neuroni in essa contenuti si attivano quando il soggetto osserva un suo simile ricevere una ricompensa o un rinforzo. Il paradosso è che gli stessi neuroni non si attivano quando il soggetto stesso riceve una ricompensa.

Un’altra specificità sembra riguardare l’aspettativa sulle conseguenze delle azioni altrui (per esempio quando si assiste ad un gioco di azzardo, senza partecipare).

La corteccia cingolata anteriore appare dunque settata “sull’altro”, senza tener conto di similitudini o diversità, ma soltanto in base a ciò che riceve.

Se ci pensiamo, una consapevolezza e un interesse di questo genere è necessario per dedurre informazioni su coloro con cui stiamo interagendo ed agire di conseguenza.

La fMRI è una tecnica poco diffusa e utilizzata per scopi di ricerca, attualmente senza alcuna implicazione clinica. Si potrebbe pensare che, malgrado essa venga applicata dai neuro-scienziati, sia uno strumento più utile al filosofo o all’antropologo – figure che in realtà sono presenti in ambiente neuro-scientifico.

Ovviamente, i risultati di questo studio sono dibattute e non chiuse, tuttavia la direzione e il messaggio da trarne sono ben chiari: inchinarsi all’ignoranza del nostro vicino ci rende più umani ed empatici. In realtà, questa parentesi nel mondo degli studi di fMRI evidenzia anche un concetto di felicità a portata di mano e tuttavia sottovalutato: nell’insegnante, la dopamina, il neurotrasmettitore del piacere, si rilascia quando lo studente raccoglie il rinforzo fornito. Un insegnante bravo, dunque, è anche felice.

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E accetta di continuare ad insegnare per anni senza aggiornamento del contratto. E resiste in una scuola disastrata per assistere ad un misero, singolo progresso. E soffre quando il suo metodo di insegnamento incontra un ostacolo o fallisce. Questa non è un’idealizzazione: il cervello funziona così. E per quanto la fMRI sia un canale interessante attraverso il quale acquisire prove empiriche, il comportamento – seppur più sfuggente – ce ne può fornire altrettante. Questo basta a capire che la frustrazione di una categoria, cerebralmente specializzata, compete con la distribuzione delle loro risorse neuronali. In parole povere, crea cattivi insegnanti.

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Nata nel 1988 a Pisa, è vissuta da sempre Viareggio. Diplomata in lingue al liceo Classico/LInguistico G. Carducci di Viareggio, studia sei anni Medicina e Chirurgia a Pisa e si laurea a febbraio 2014. Scrive da sempre, racconti brevi, romanzi e poesie che però di rado lascia sfuggire dai propri cassetti. Attualmente vive in Trentino, dove svolge un dottorato di ricerca in Psicologia e Formazione presso l'Università di Trento. Apparentemente instancabile, il suo svago più amato è scoprire sempre nuove cose (o riscoprirne di dimenticate).

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