Sesso e filosofia in una società di istinti animaleschi umani – “Nymphomaniac” di Lars Von Trier

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Nymphomaniac

Nymphomaniac è un film scritto e diretto da Lars Von Trier, della durata totale di 240 minuti (4 ore) nella versione ridotta, ma che arriva sino a 330 minuti nella versione estesa. A causa della sua durata, il lungometraggio è stato diviso in due volumi: il primo è uscito in Italia, dopo varie vicissitudini, ad inizio Aprile, mentre il secondo a fine Aprile. È diviso (non casualmente) in 8 capitoli, 5 nella prima parte e 3 nella seconda. La produzione ha avuto modo di contare su un cast di spessore in cui appaiono attori e attrici come Charlotte Gansbourg, Stellan Skarsgard, Uma Thurman, Shia LaBeouf, Jamie Bell, Williem Dafoe. Ritengo che sia dannoso visionare il film in due parti spezzate, in quanto il filo filosofico che lega l’intera storia necessita di essere seguito tutto in una volta, per evitare che lo spettatore perda l’unità concettuale dell’intera opera. Tratterò, dunque, del film nella sua interezza, cominciando a marcare il fatto che Lars Von Trier è stato capace di scrivere una sceneggiatura, strutturata poi secondo l’utilizzo di diverse estetiche cinematografiche in alcuni capitoli, come ad esempio il bianco e nero o lo split screen, che intreccia il sesso nelle sue differenti sfaccettature con molti riferimenti intellettuali che vanno dalla musica alla matematica, ma anche con la pesca, la letteratura, la medicina. E, in fondo, tra tutti questi elementi esiste una colonna portante che sorregge tutto il meccanismo, a cominciare dalla serie di Fibonacci che, sostanzialmente, dà vita alla numerazione in capitoli, ma la loro somma può anche richiamare l’infinito (l’8 in posizione orizzontale) e il fatto che Joe, la protagonista, perda la verginità proprio richiamando questo numero è come se avesse scritto nel suo DNA questa sorta di condanna ninfomane, che la condurrà a esplorare gli angoli più remoti di questo universo. L’apsetto di base che emerge da questo grande oceano è che non esiste nessun uomo in grado di sopperire i propri istinti: non esistono buoni o cattivi, c’è solo l’animalesco dentro di noi. È come se Lars Von Trier volesse leggere questa possibilità che ha la razza umana di avere rapporti sessuali anche per ottenere piacere, senza dunque un fine riproduttivo, come se fosse una spietata condanna che finirà per distruggere se stessi e, in un raggio più ampio, l’intera società, costruita oramai sulla somma tra la violenza e il sesso, il cui risultato è quello di martoriare la carne. È impossibile tentare di fingere e di simulare un buonismo che superficialmente alcuni uomini possono far credere: il film ci dice che siamo guidati da un elemento cosmico che è dentro di noi sin da bambini e che non possiamo assolutamente reprimere. È altrettanto vero, però, che, allo stesso tempo, seguire troppo questo istinto animalesco finisce per torturarci e per renderci la vita impossibile. Qual è, dunque, la soluzione? Joe e Seligman, la narratrice e l’ascoltatore della storia, rappresentano i due poli estremi dell’universo sessuale. Lars Von Trier non ci fornisce alcuna soluzione, perché il suo scopo non è questo.

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Lorenzo Simonini

Nato a Viareggio nella tarda primavera del 1988, ha fatto del Cinema il principale argomento di studi tra Roma e Pisa, senza tralasciare altri rami d'interesse come la Fotografia e la Scrittura.

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