Simone Domeniconi alle Scuderie Granducali di Seravezza

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Simone Domeniconi - Giovanni Faccenda - Lodovico Gierut (Seravezza gennaio 2014)

Si è tenuta a Seravezza – per parte del mese di gennaio 2014 – presso le Scuderie Granducali, la mostra personale di Simone Domeniconi: “Il Canto della Scacchiera” a cura di Barbara Benedetti.

Ci pare opportuno, tra i tanti interventi, proporre quello del critico d’arte, giornalista e scrittore Lodovico Gierut.

 

Le scacchiere di Simone Domeniconi

 “A Carpi, dove Simone Domeniconi è nato nel 1972, non ci sono più andato dalla fine degli anni Sessanta, dove avevo alcuni amici.

Erano i tempi in cui cominciavo ad essere perentoriamente attratto sia dalla poesia, sia dall’arte; a casa di uno di questi – in pieno centro cittadino, dove soggiornai per un paio di giorni – rammento di aver ammirato un quadro raffigurante una foresta, o meglio, un parco di non so quale Stato e, posta su un solido tavolo in legno, una magnifica scacchiera di onice e marmo che mi si disse essere stata fatta da un valente artigiano di Pietrasanta, che poi era la cittadina da cui provenivo e dove ancora oggi abito.

Parrebbe strano quello che dico, ma questo particolare m’è tornato in mente – e di tempo n’è passato! – osservando i lavori di Domeniconi esposti nelle antiche Scuderie Granducali di Seravezza facenti parte del complesso del Palazzo Mediceo inserito qualche mese fa nel cosiddettoPatrimonio dell’Umanità.

Attorno alla struttura dove s’è giocata la sua personale titolata “Il Canto della Scacchiera”, c’è un tutto verde come nel quadro che vidi a Carpi, ma la cosa è ovviamente casuale, tuttavia i miei rimandi mentali vanno al pittore Robert Carroll di cui Simone Domeniconi è amico, famoso per l’interpretazione dei maggiori Parchi naturalistici, come all’equilibrio della zona tutta – già dimora estiva dei Medici fiorentini – sovrastata dalle cave marmoree ormai consegnate alla Storia dell’Arte da tanti protagonisti del Novecento come Lorenzo Viani, Giuseppe Viner e Franco Miozzo. 

E’ bene ripetere almeno in parte ciò che ha scritto un critico e storico dlel’arte di gran livello quale è Giovanni Faccenda: “Fosse stato giovane nella disastrata Germania dei primissimi anni Venti, ove ebbero a manifestarsi alcuni importanti fermenti artistici e culturali del Novecento, Simone Domeniconi avrebbe certo frequentato i corsi d’arte – non convenzionali – del Bauhaus, l’originale accademia, nata da un’idea dell’illuminato Walter Gropius, alla quale offrirono il proprio significativo contributo, nelle vesti di mirabili docenti, anche Kandinskij e Klee.

Un’indole curiosa e versatile, come quella che contraddistingue, nell’odierno panorama artistico, la figura di Domeniconi, rimanda, appunto, a tale, memorabile stagione. Le varie peculiarità insite nel lavoro di questo singolare artefice appaiono infatti frutto di una disposizione estetica e concettuale progredita verso altri orizzonti espressivi, territori di scavo, riflessione, persino denuncia – nei confronti di una realtà dominata dalle medesime astute strategie di una partita a scacchi giocata da due assi – che Domeniconi ambienta, come taluni, specifici fotogrammi di una pellicola, un abilissimo regista cinematografico”.

Credo che Simone Domeniconi abbia ormai fatto le proprie scelte di vita legate alla creatività, e in cui la mostra seravezzina è configurata sia alla stregua di “tappa” di grande visibilità, sia quale “porto” per andare poi a vele spiegate verso nuovi lidi.

Le sue scacchiere sono concettualmente connesse ad un mondo in cui si giocano le nostre esistenze; si tratta di segni e segnali dove, come ha detto, il gioco “è una perfetta metafora della società contemporanea”, ma non solo, tanto che vi si configurano accadimenti tipo epici scontri/incontro tra scacchisti appartenenti a mentalità diverse, quali – per esempio – la tecnica mista su tavola “Kasparov-Karpov, Lyon/New York 1990”.

Nei suoi quadri vedo una moltitudine di simbologie: il rosso del sacrificio, il blu della serenità, ilRe nobile o guerriero dei desideri e delle autonomie visto come tiranno o padre o santo od eroe, l’oro della spiritualità e della ricchezza materiale, l’acqua della vita, il cavallo celeste dell’istinto controllato o quello della saggezza o dell’impetuosità del desiderio dell’uomo con tutto ciò che contiene, ovvero ardore, generosità, fecondità…

Che dire, se non che le sue opere “fanno pensare”?

In una società frettolosa, spesso superficiale, che non sa talvolta rispondere alla mancanza di contenuti (Domeniconi giustamente non accetta la cosiddetta “provocazione fine a se stessa”, furbescamente propinataci in ogni dove da pseudo-artisti e sorretta persino da certi noti “addetti ai lavori”), questo artista in ascesa è degno della massima attenzione, dato che le sue giornate sono intense, sorrette dalla concertazione tra disegno e pittura, come dallo studio del trascorso e dall’attenzione per il presente.

Forse è un pittore scomodo, nel senso che va a fondo nelle cose, medita osservando il proprio tempo di cui è parte attiva.

Gli scacchi e le scacchiere fanno parte del suo “Io” d’oggi, forse le lascerà riprendendole tematicamente in futuro, rinnovandole, ma oggi rappresentano i paesaggi della riflessione e dell’anima, gli elementi vivi che sta portando in essere in questi suoi anni pulsanti, quindi, tra le tante poesie che ruotano ossessivamente nella mia mente e che amo, ne ripeto solo una – a memoria – di Marta Gierut (autrice del volume, “Il volto e la maschera, poesie e opere”, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano 2012) che sicuramente l’avrebbe apprezzato, come altri.

Si intitola “L’arte”: “Arte/ sorreggi/ la solitudine/ dell’Uomo/ e/ traccia comete/ nel cammino effimero”.

So che la serietà professionale di Simone Domeniconi non sbiadirà, perchè – nonostante piogge e flagelli – l’arte/poesia in cui crede, non cesserà”.

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